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Sommario:
• Dalla preistoria
• Il periodo romano
• I personaggi importanti
• Il Medioevo
• Il castello
• La chiesa di Santa Maria
• La dominazione veneta
• La chiesa di S. Michele
• I capitelli
• Gli oratori
• Napoleone Bonaparte
• Il Risorgimento
• Le Guerre d’ Indipendenza
• I personaggi del luogo
• Storia recente: il bombardamento della seconda guerra mondiale
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| Dalla preistoria Il bacino del Garda deve la sua formazione all'azione di scavo dei ghiacciai scesi dalle Alpi che trasportavano con sé enormi masse di ghiaia e detriti, costituendo così le colline moreniche e quindi anche questa zona che corrisponde alla regione collinare dell'alto corso del Mincio.
Purtroppo, sono rimaste poche tracce riferibili alla sua frequentazione umana nei periodi paleolitici, tuttavia spesso ritroviamo dei resti ossei, come il cranio quasi completo di "Bos Primigenius", ora al Museo di Cavriana.
Dagli studi effettuati, pare che un insediamento preistorico (neolitico) sia da collocarsi su un colle che si affaccia su Castellaro (Monte Tondo). Sicuramente in seguito la nostra zona fu abitata: ne sono la prova i resti di palafitte ritrovate a Castellaro, all'Isolone del Mincio e in varie località limitrofe. Reperti archeologici sono stati trovati in abbondanza attorno al laghetto di Castellaro. La profondità dei ritrovamenti varia dai 50 cm circa a 3-4 metri, risalenti all’incirca dal 2000 a.C. fino al 1000 e anche oltre.
Nei ritrovamenti grande è l'abbondanza di vasi fittili e di cocci. Sono ceramiche nere, talvolta lucidate o di color cenere, più tardi anche rossastre.
Numerosissime anche le punte di freccia trovate sia attorno al lago, sia nelle torbiere che ci indicano l'attività predominante di questa gente: la caccia. Queste punte di freccia importate da lontano, sono di pietra dura, selce od ossidiana, e venivano inserite in asticelle di legno.
Come già accennato la popolazione viveva su palafitte. I pali, generalmente di quercia, erano conficcati e disposti con simmetria. Su questi poggiava una piattaforma di travi che reggeva capanne fatte di pali, paglia e fango. Le palafitte erano costruite sull'acqua per difendere la popolazione dagli animali come il bue selvaggio, il cinghiale ed altri. Venivano allevati animali domestici come il cane, il bue, la capra. In misura modesta coltivavano la terra come dimostrano alcuni resti fossilizzati di prodotti agricoli; impiegavano le fibre vegetali per fare tessuti grossolani e funi. Altra attività era la pesca: lo testimoniano ami, arpioni e anche alcuni resti di barca rozzamente scavata in un tronco d'albero.
Non sappiamo se ci fu una presenza etrusca nel territorio. Questo territorio sembra rivitalizzarsi dopo l’arrivo in Italia delle prime popolazioni celtiche. Per la zona si parla dei gruppi cenomani. Queste popolazioni celtiche giunsero verso il 500-400 a.C. dalla Francia e dalla Spagna e si sostituirono nell'Italia settentrionale agli Etruschi. I Galli, infatti, divisi in varie tribù si stanziarono nella pianura padana tra i Veneti ad est e i Liguri e gli Etruschi a sud. Corredi funerari sono presenti nelle necropoli o nelle tombe isolate trovate a Castellaro Lagusello, a Ponti sul Mincio e in zone vicine. Importanti ritrovamenti sono stati effettuati in località Canne in comune di Monzambano, interessante in particolare il corredo di una tomba rinvenuta in località Judes.
In località Canne furono individuate circa 12/14 sepolture con corredi attribuibili alle fasi intermedie del celtismo padano. |
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Nel nostro territorio sono venuti alla luce i resti di un'antica strada romana.
L'unico vero paese dell'età romana (vicus) è comunque Peschiera del Garda. I resti più significativi riguardano il sito della "Batuda" presso Castellaro che ha restituito il pavimento di un triclinio con un emblema musivo di schema geometrico poco comune, quello del "Maggio" (in località Forni), di vastissime dimensioni. Qui sono stati rinvenuti reperti archeologici particolarmente interessanti in ferro, come un compasso , un falcetto, una roncola, una sega. Il più significativo è un peso da telaio romano di età repubblicana, che doveva essere a forma di piramide tronca con un foro nella parte superiore. Reca scritto probabilmente il nome del proprietario M. Valerius. Altri reperti, come grandi tegole, lastre di marmo, materiale minuto in cotto e il nome stesso della località "Forni" farebbero pensare a una grande fornace. Più recentemente in località "Mansarine" di Monzambano sono stati individuati i resti di un nuovo edificio assai vasto che presenta ambienti pavimentati con mosaici policromi, uno dei quali di schema molto raffinato e ricco, inusuale in una zona provinciale, tanto da far pensare a una situazione produttiva e residenziale assai nobile.
Queste ville “rusticae” avevano infatti la duplice funzione di centro di produzione agricola e di residenza temporanea del proprietario. Conosciamo la presenza di altre ville romane, in località Cisari, in località Stremera e in località Canne.
Non va dimenticato il ritrovamento di un vaso di pietra con monete del II - III secolo d.C. A Monzambano si dice che Claudio II “il Gotico” combatté e sconfisse le schiere germaniche penetrate in Italia. Nel V, VI e VII secolo d.C., tutta l'Italia settentrionale e quindi anche la nostra zona, fu percorsa da eserciti barbarici che passavano ovunque distruggendo e saccheggiando. Molte "ville" vennero quindi abbandonate o distrutte. |
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Uomini illustri hanno goduto l'ospitalità del nostro fiume. Virgilio potrebbe addirittura essere nato vicino a Monzambano (molto si è discusso sull'interpretazione del nome che indica il luogo di nascita). Da come il poeta latino descrive il paesaggio del fiume, potrebbe proprio trattarsi della nostra zona. Inoltre Probo nella sua "Vita di Virgilio", parla della distanza del luogo da Mantova di trenta miglia. Ancora oggi c'è la Prandina (Prata Andina) sulla riva sinistra del Mincio. Inoltre Virgilio, che si chiama Publio, apparteneva alla tribù Publilia del territorio di Verona.
Il nostro fiume avrebbe poi ospitato anche Attila in uno storico incontro. Nel 452 d.C. il famoso capo degli Unni, popolo barbaro proveniente dalle steppe asiatiche, aveva oltrepassato i confini dell'Impero Romano ed era giunto ad Aquileia. Compiuto il massacro, l'esercito si rimise in marcia verso nuove conquiste. L'orda barbarica, elettrizzata dal successo strepitoso contro Aquileia, sentiva che non si sarebbe più arrestata. Attila proseguiva indisturbato la sua marcia attraverso il Veneto, ma davanti a sé trovava zone abbandonate, terre senza frutto, città semideserte. Avrebbe dovuto fare i conti anche con il caldo che in quell'estate fu particolarmente afoso ed insopportabile. Gli Unni, abituati al freddo della steppa, si erano spogliati delle loro pellicce e si sentivano sfiniti per la fatica. Indeboliti dagli stenti e dalla scarsità di cibo, costretti a bere spesso acqua inquinata, erano divenuti vittime di epidemie che minacciavano di decimare l'esercito. Si trascinavano spossati lamentandosi delle privazioni che dovevano sopportare. Attila fu costretto a fermarsi in attesa di tempi migliori e scelse le rive del Mincio, lungo le quali almeno l'acqua non sarebbe venuta a mancare. L'esercito dell'Impero Romano d'Occidente non riusciva comunque ad opporre valida resistenza e per questo il papa Leone Magno decise personalmente di fermare Attila prima che distruggesse l'Italia e Roma. Il capo barbaro, seguito da alcuni cavalieri, attraversò il fiume Mincio a guado; gocciolante, uscì dall'acqua e si avvicinò al vecchio papa nei pressi di Agroventum Mamboleium. Per noi quel guado era fra Salionze e Monzambano. Nessuno sa che cosa si dissero, ma si sa che Attila, dopo il colloquio, spezzò la freccia e gettò per terra i pezzi: era il segno della sua rinuncia allo scontro.
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Di probabile origine romana, Monzambano fu sicuramente borgo medioevale. Se ne ha notizia in un antico rescritto imperiale che risale al 967 d.C., con il sigillo dell'imperatore di Germania e nominalmente del Sacro Romano Impero. Ottone I, avendo radunato una Dieta dei Grandi Vassalli in Verona, presso la basilica di S. Zeno, finita la solennità di Ognissanti, uscì a cavallo in direzione di Monzambano, per proseguire poi il viaggio verso la città di Ravenna per vie fluviali, assai amate dai nordici. La sosta avvenne nella tenuta di Balsemà. Sicuramente l'abitato di Monzambano esisteva nel 1187. Così si desume da un atto stipulato in quell'anno, ma è da supporre che le case si raggruppassero sotto il castello per ragioni di sicurezza. Altre notizie certe risalgono al 1199, data della vittoria riportata dai Veronesi sui Mantovani a Ponte Molino, dopo la quale Monzambano passò di diritto agli Scaligeri di Verona. Testimonianza di questo periodo della nostra storia sono il castello e la chiesa di Santa Maria (San Biagio). |
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Una vecchia via feudale conduce al castello scuro e severo posto su un colle. Con la sua chiesa entro le mura, doveva offrire rifugio alla popolazione minacciata probabilmente dagli Ungari nel secolo X. Questi castelli non erano dimore dei signori del luogo, ma quasi sicuramente servivano come alloggiamento alle guarnigioni di vigilanza, come luogo di rifugio d'emergenza per la gente del borgo che lì si barricava portando con sè anche il bestiame e le scorte. Oltre alla chiesa c'era il pozzo che assicurava il rifornimento idrico. La costruzione potrebbe anche risalire al tempo e alla volontà di Matilde di Canossa. Passò ai Veronesi in seguito alla sconfitta dei Mantovani a Ponte Molino nel 1191. La pianta, di poligono irregolare, segue l'andamento del poggio, presenta quattro torri e due masti, l'uno a sud e l'altro a est, mentre la cortina è interrotta nella strozzatura rivolta al borgo dall'ingresso, costituito dalla porta carraia e da una pusterla con bolzoni per sollevare il ponte levatoio ora scomparso.
Alla fine del 1300 risalgono il ponte e la passerella levatoia con chiusura ad antoni e saracinesca. La costruzione ricorda uno scudo con la facciata rivolta verso il paese. Si impone la torre civica con l'orologio a nord-est e una torre di guardia a sud. L'insieme ricorda un' autentica fortezza. Attorno alle mura poderose correva il camminamento su delle lastre di pietra, usate poi per rivestire il basamento della facciata del S.Michele; sotto la merlatura sono restati i buchi dove erano infisse le mensole che sostenevano i camminamenti di ronda. La muratura presenta ciottoli di pietra misti a rottami, ogni tanto intercalati da mattoni. I merli che hanno subito le ingiurie del tempo sono guelfi e portano alternate le feritoie. All'interno del castello recentemente sono stati trovati resti di una necropoli, con alcune tombe e una fossa comune, probabilmente del IX-X secolo.
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Nella bolla del papa Eugenio III del 15 maggio 1145, nella quale sono elencate le chiese pertinenti alla Diocesi di Verona, è ricordato il "monasterium Sanctae Marie juxta Menzium quantum ad jus spectat parochiale", e cioè il monastero di Monzambano. Dalle reliquie dell'antico tempio parrocchiale degli Olivetani, come riporta l'iscrizione di una lapide, sorse nel 1835 l'attuale oratorio. Sulla parete sinistra rispetto all'altare permangono i segni dell'antica struttura della chiesa: un grande arco centrale e due laterali minori, ai quali all'esterno corrisponde la configurazione delle tre rispettive absidi. Il tondo di un rosone dell'antica facciata e l'arco a tutto sesto murato, che ancora si vedono nella casa addossata alla chiesa, ci danno anch'essi l'idea della struttura romanica della chiesa che era più ampia dell'attuale. La facciata dell'edificio, ora dedicato a san Biagio, si presenta liscia, suddivisa da quattro lesene sulle quali corre una fascia decorata; in alto la completano due pennacchi e una semplice croce in ferro battuto sul timpano rettangolare. All'interno, sulla parete di fondo in una nicchia, c'è la statua di legno colorato raffigurante San Biagio (un tempo la nicchia conteneva una piccola statua della Madonna).
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Si sa per certo che nel 1199, data della vittoria riportata dai Veronesi sui Mantovani a Ponte Molino, Monzambano passò di diritto agli Scaligeri di Verona e di questa città subì le sorti, quando con essa passò sotto il dominio della Serenissima nel 1495. Ne è testimonianza il leone alato che si può vedere tuttora sulla Torre del Castello. Monzambano seguirà poi le vicende della repubblica veneziana fino a quando per volere di Napoleone non diventerà nel 1805 definitivamente terra lombarda.
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S. Michele esisteva già all' inizio del sec. XV e divenne sede parrocchiale nel 1563, per volontà degli Olivetani di S. Maria in Organo di Verona, che l' ebbero in possesso dopo i Benedettini. In precedenza la sede della parrocchia era stata la chiesa di S. Maria in Castello, poi dedicata a S. Biagio. La storia del nostro bel S. Michele, è legata al fatto che Monzambano fu terra veronese dal 1191 al 1805, quando Monzambano passò definitivamente alla provincia di Mantova per decreto di Napoleone Bonaparte. I lavori di trasformazione della chiesa, iniziati nel 1743 e finiti nel 1777, la resero tempio leggiadro, arioso e solenne, nell'unica navata vasta e luminosa, come oggi noi la vediamo. Parte del materiale usato per la costruzione della chiesa giunse per via fluviale, parte fu trasportato dagli stessi abitanti. La linea della facciata richiama il barocco ma, guardando meglio gli elementi costitutivi, ricorda già lo stile neoclassico.
Il progetto è stato a lungo attribuito all'architetto Domenico Andrea Rossi, che però sembra non essere mai esistito. Il vero autore per ora resta anonimo. La facciata è divisa in tre piani, con le statue di S. Pietro e di S. Paolo nel primo, ai lati dell' ingresso, e con altre quattro statue nel secondo. Sulla estremità si erge una figura alta più di tre metri, che rappresenta il protettore Michele Arcangelo. L'interno, molto vasto e ricco di luce, è di stile barocco. L'altare maggiore, con intarsi pregevolissimi e tutto spruzzato di pietre dure policrome, si dice sia uno dei pochi esistenti al mondo per ampiezza di lavoro e bellezza d'insieme. Simile a questo è l'altare di S. Domenico i cui angioletti, che sostengono la mensa, sono attribuiti al Solari. Tra le statue notevoli sono quelle che rappresentano, in terra marmorizzata e pietra di Valpolicella, i sette Doni dello Spirito Santo. Non meno pregevoli le tele e i quattordici quadri della via Crucis dell'Ugolini, ma tante sono le opere preziose della chiesa e gli ornamenti. Tutte le opere contribuiscono a dare profonda unità artistica al tempio che, visto dal caratteristico sagrato, suscita nell'insieme il senso dell'Infinito.
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I capitelli costituiscono nel nostro territorio una delle forme più significative secondo cui si è espressa nei secoli la pietà popolare. Consistono in piccole costruzioni sparse nel territorio e adibite generalmente al culto della Vergine e dei Santi. Si tratta di un modo originale di rapportarsi con il Sacro, in cui prevalgono il sentimento e l'immediatezza. È bene precisare che nel nostro territorio il termine capitello assume un significato locale e comprende una vasta tipologia: l'edicola, la nicchia, la croce. A volte si tratta di piccole costruzioni isolate a forma di colonna o pilastro che reggono statue. Deriva da "caput" (capo, estremità, incrocio), incrocio delle strade. Alcuni di questi capitelli vengono chiamati dalla gente del luogo "staffoli"; si tratta di tempietti che spesso si trovano agli incroci delle strade, quasi piccoli oratori, talora con pronao. Molti capitelli infatti sorgevano nel punto di confluenza tra importanti vie di comunicazione, anche se alcune di queste strade non esistono più o hanno perso l'importanza di un tempo.
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Il territorio di Monzambano è dotato di diversi oratori, di cui è opportuno precisare la funzione di queste piccole chiese. Il nome stesso "oratorio" indica un edificio destinato alla preghiera (dal latino "orare", cioè pregare). Questi tempietti, sorti spesso per le pratiche di pietà di famiglie private o dell'intera comunità civile, spinte da particolare devozione verso un santo protettore o dal bisogno di sciogliere un voto, sono elementi importanti per capire la religiosità e la storia dei Monzambanesi. In occasione delle visite pastorali, i vescovi concessero spesso dei privilegi agli oratori riconoscendo loro una certa ufficialità nella vita della parrocchia. Erano "oratori pubblici" perchè vi si poteva celebrare in forma pubblica la Santa Messa.
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Il 1796 vide la nostra zona oggetto di contesa tra Austriaci e Francesi: il passaggio del Mincio e l'occupazione del luogo erano necessari sia agli uni che agli altri per raggiungere Verona. I Francesi ebbero la meglio grazie all'intervento di Gioacchino Murat, ma lasciarono il segno a Monzambano: secondo la tradizione i cavalieri avrebbero bivaccato con i loro animali nella chiesa di S. Michele, cosa che non ci stupisce visto che erano abituati a depredare persino gli altari. Il pavimento porta chiare impronte di zoccoli, quindi probabilmente il tempio servì anche da stalla. Del resto la popolazione conosceva i Francesi per le loro angherie, per i soprusi e le violenze, tanto che fu accolto con entusiasmo Antonio Maffei di Verona, quando nella primavera del 1797 si recò a Monzambano per invitare gli abitanti a resistere al nemico. Venne costruito un ponte provvisorio sul Mincio, nonostante l'intimazione del generale Guillaume, che teneva Peschiera, di sospendere il lavoro, ma la resistenza durò poco: la Repubblica Veneta non assunse un atteggiamento fermo e ciò provocò lo scoraggiamento dei rivoltosi che si aspettavano un aiuto chiaro ed efficace. I Francesi passarono poi ad azioni di guerra. Il 16 giugno 1797 venne promulgato un decreto del generale Bonaparte per la formazione di un nuovo regime nel territorio veronese: le terre poste a ponente del Mincio furono annesse alla provincia di Brescia. In forza del trattato di pace stipulato a Campoformio il 17 ottobre, i confini fra la Repubblica Cisalpina e l'Impero d'Austria dividevano in due la provincia di Verona e poiché i nuovi padroni riordinarono il territorio alla maniera usata prima dell'occupazione, anche Monzambano ritornò a far parte del Veronese. La situazione era molto precaria. Nel 1798 la repubblica cisalpina cesserà di esistere. L'anno 1800 portò una nuova invasione: le armi francesi guidate ancora dal Bonaparte conseguirono una vittoria decisiva sulla piana di Marengo il 14 giugno. Rinacque la Repubblica Cisalpina e l'esercito austriaco arretrò. Solo nel dicembre la zona tra il Chiese ed il Mincio venne da ambo le parti battuta: gli Austriaci tenevano Monte Oliveto, la terra di Monzambano e i colli vicini, mentre i Francesi si erano avvicinati spingendosi oltre il villaggio di Rivoltella e le alture di Pozzolengo e Solferino. L'esito della battaglia riuscì favorevole ai Francesi. Con la pace di Luneville, sottoscritta il 9 febbraio 1801, il Veronese venne spartito e in un elenco dei comuni in territorio veronese pubblicato dal Commissario del Governo del Dipartimento del Mincio, figurava al n° 28 Monzambano con Castellaro Lagusello. La spartizione rimase in vigore fino all'8 giugno 1805 quando, costituitosi il Regno Italico, si diede al territorio un nuovo ordinamento. Monzambano passò allora da Verona (Dipartimento dell'Adige) a Mantova (Dipartimento del Mincio).
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Vecchia terra di confine fra le province di Mantova, Brescia e Verona, Monzambano doveva diventare confine di Stato, infatti i paracarri di Pille segnavano il confine con l'Austria. È naturale quindi che proprio in questo borgo nascessero i nuovi fermenti patriottici, in nome dell'Italia libera e unita. Si segnalano, in qualità di patrioti, gli appartenenti alla famiglia Melchiori. Fu infatti in casa Melchiori che dormì Cavour. In quelle stanze visse anche un periodo relativamente tranquillo Don Enrico Tazzoli, il famoso martire di Belfiore.
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Le Guerre d’ Indipendenza
Nel 1848 Carlo Alberto attraversa il Ticino e si dirige verso il Mincio. L'8 aprile, la terza divisione muove alla volta di Monzambano e lo conquista. Il nemico, respinto al di là del Mincio, distrugge il ponte fortificandosi sulla riva sinistra. All'alba del 9 aprile inizia la famosa battaglia "del Ponte di Monzambano", durante la quale il fante Serravalle Luigi da Noli merita la medaglia d'oro. Egli, fra il grandinare delle pallottole, riesce a portarsi sulla riva opposta e a rendere così possibile la ricostruzione del ponte. Così Carlo Alberto passa il Mincio, vince la battaglia, occupa Valeggio, Borghetto, Goito e il 30 maggio entra nella fortezza di Peschiera. A ricordo di questo avvenimento sorge vicino al fiume una stele.
Nel 1859 l'imperatore d'Austria Francesco Giuseppe, che di persona comanda il suo esercito, passa il Mincio a Monzambano, per poi scontrarsi coi Francesi a Solferino e con gli Italiani a San Martino il 24 giugno. L'esercito austriaco, dopo la dura sconfitta, ripassa nuovamente il Mincio a Monzambano e a Borghetto. Nel diario di Marcello Melchiori si legge: "... Noi vedemmo gli Austriaci, sgomentati e rotti, ripassare il fiume, durante la notte del 24 e rompere il ponte. Nella chiesa parrocchiale, come pure nella chiesetta della Disciplina, erano stati adagiati sulla paglia molti feriti. L'Armata francese, giunta a Monzambano, si affretta ad accomodare il rotto ponte in legno ed a costruirne uno di chiatte alla sua sinistra per l'artiglieria e la cavalleria, e uno di cavalletti a destra per la fanteria ...". (Il ponte sarà ristrutturato negli anni Settanta e sostituito da un ponte in ferro ai primi del Novecento. L'attuale ponte in cemento armato risale alla fine degli anni Cinquanta, costruito in occasione della canalizzazione del fiume). Dopo la battaglia di San Martino e di Solferino, lo Stato Maggiore dell'esercito sardo risiede presso Villa Melchiori (sino al 18 luglio).
Cavour dormiva infatti nella casa della famiglia Melchiori, mentre Vittorio Emanuele II era ospite dei signori del luogo, nel palazzo di Via Castello. Sulla piazza principale di Monzambano il baffuto re sostenne una delle più violente battaglie verbali di tutto il Risorgimento: un episodio da ritenere uno dei più piccanti che hanno caratterizzato i rapporti fra il re e il suo grande ministro. Ricevuto il telegramma che annunciava l'armistizio di Villafranca, Cavour, con Nigra e Alessandro Bixio, partì immeditamente da Torino. Arrivò in treno a Desenzano e raggiunse Monzambano in carrozza (nella tarda serata dello stesso giorno, 10 luglio).
Nel diario di Marcello Melchiori si legge che il colloquio iniziò proprio sulla piazza ed in termini subito accesi, tanto da attirare l'attenzione dei passanti (dello scontro burrascoso tra il Re e Cavour nella pubblica piazza davanti alla farmacia parlarono giornali stranieri quali il Times e il Moniteur); allora Francesco Melchiori, che gestiva la vicina farmacia, invitò gli illustri litiganti ad entrare nella sua bottega. Lo scontro (solo verbale) continuò con molta eccitazione per qualche ora fino a quando, dopo diversi tentativi andati a vuoto nei due giorni successivi, a mezzanotte dell'11 luglio Cavour ebbe in mano una copia dei preliminari di pace, che ad ogni costo voleva impedire. Successe in seguito qualcosa, un “avvenimento tragico”, ma nessuno lasciò scritto cosa accadde veramente.
Nel 1866, precisamente il 24 giugno, le nostre truppe, attraversano il Mincio e ricacciano gli Austriaci verso la pianura veronese. A Monzambano una infiltrazione nemica minaccia di prendere alle spalle il grosso del nostro esercito. E così, nuovamente a Monzambano, avviene uno scontro di importanza decisiva, che con Bezzecca rappresenta il nostro migliore successo nella campagna del 1866. La "Brigata Aosta" attacca col 4° e 5° Reggimento sulla sponda sinistra del Mincio l'esercito austriaco, nelle cui file le nostre artiglierie gettano lo scompiglio. Intanto il generale Pianell, con una geniale manovra, tragitta il fiume con parte delle truppe, respingendo l'ala destra del nemico. Gli Austriaci subiscono ingenti perdite e si ritirano. Sulla facciata di una casa prima del ponte (casa Zocca) vi è un'iscrizione che ricorda "il geniale intuito marziale e il felice ardimento" del generale Salvatore Giuseppe Pianell.
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Giovanni Battista Melchiori
Di nobile casato, nacque a Monzambano nel 1811. Si laureò in medicina e chirurgia divenendo “medico fisico”, come si diceva allora, presso l'università di Pavia. Patriota, fu perseguitato dall'Austria e fuggì in Piemonte nel 1840. Qui fu nominato chirurgo, all'ospedale di Novi Ligure. Dal 1848 al 1859 favorì i suoi concittadini e compatrioti che cercavano la libertà. Portò in salvo in Francia i patrioti del Piemonte, per poi distribuire, una volta tornato in Italia fra i cospiratori, gli opuscoli avuti dal Mazzini. Fu un grande studioso e pubblicò delle opere sulle malattie che colpivano le operaie addette alla filatura della seta. Ebbe dal governo piemontese il premio di £ 400. Rientrato in patria con l'esercito piemontese nel 1859, fu nominato direttore dell'ospedale di Salò. Nel 1878 si ritirò nella sua casa di Colombara, poco fuori di Monzambano, chiamata ancora oggi Colombara Melchiori. Qui morì il 24 marzo 1880. A lui fu intitolata la nostra Scuola Media, quando fu istituita nel 1962.
Alessandro Melchiori
Nato nel 1820, era fratello di Giovanni Battista e di Cesare; divenne notaio e fu anche lui patriota. Fu esule a Londra, da dove rientrava spesso di nascosto per diffondere nelle terre, che aspettavano la libertà, la corrispondenza di Mazzini. Scoperto una volta dagli sbirri, fece appena in tempo a fuggire e a trovare salvezza al Cairo, dove per vivere fu costretto a vendere fiammiferi lungo le strade.
Cesare Melchiori
Nacque nel 1823. Con il fratello Eugenio Napoleone fuggì esule, perchè ricercato dalla polizia austriaca, nel regno del Piemonte, precisamente a Novi Ligure. Era medico chirurgo. Porta il suo nome la via che conduce al Brolo.
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Storia recente: il bombardamento della seconda guerra mondiale
Tra gli avvenimenti più significativi della storia recente risaltano: il bombardamento del 1945, che fu uno degli eventi più disastrosi, e la canalizzazione del fiume con i lavori di bonifica; senza dimenticare alcuni protagonisti come Tito Zaniboni, famoso per il suo mancato attentato al duce.
Il bombardamento è certamente stato uno degli avvenimenti più disastrosi della nostra storia da parte degli aerei americani, il 25 gennaio 1945 (ore 15.30), durante la seconda guerra mondiale. Sicuramente erano stati avvistati i militari che occupavano il palazzo Melchiori (già sede dello Stato Maggiore dell'esercito sardo nel 1859) e che continuavano ad esercitarsi con le armi. La casa ubicata in Via Garibaldi fu distrutta in pieno. Nello stesso momento altre quattro bombe ridussero in macerie il palazzo del 1700 che si trovava nella parte opposta della stessa via, di proprietà dei signori Federici. Per questo bombardamento si contarono undici morti: Baccaglioni Giuseppe, Ballisti Attilio, Ballisti Enza, Lavaselli Olimpia, Federici Piero Romolo, Federici Federico, Rossi Pio Giovanni, Valbusa Attilio, Cussolotto Teresa, Gelati Regina, Crosina Massimiliano. Ci furono anche due feriti: Ferrari Luigi e Tosi Andrea. La piccola Leda di 40 giorni fu salvata dall'intervento tempestivo del padre Raul Melli, anche lui ferito leggermente. Nell'immediato dopoguerra, in conseguenza del bombardamento, fu costruito a carico del Governo il palazzo di Via General Dall'Ora attualmente denominato “Condominio Mincio”. Al monumento dei caduti in guerra, nell'elenco dei caduti civili, figurano tredici nomi anziché undici, perchè due di essi morirono per incidenti diversi causati dalla seconda guerra mondiale, sono Turrini Antonietta e Orlandi Alessandro.
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